Parliamo d’arte

Un nuovo artista “surreale” ~ A cura di Paolo Mario Galassi

Il compito e lo scopo del critico d’arte è duplice. Da un lato la descrizione dell’opera che sta esaminando, dall’altro illustrare la stessa opera ai fruitori per agevolarne la lettura. Per adempiere al meglio questa duplice funzione deve parlare con un linguaggio chiaro e facilmente comprensibile, in modo che anche chi non frequenta abitualmente mostre o avvenimenti artistici, possa comprendere. Starà poi al fruitore valutare l’opera e dare suoi personali giudizi. In questo percorso la parte più delicata per il critico è usare parole semplici e raggiungibili a tutti. La persona colta e sicura del suo sapere non necessita di paroloni per farsi capire, tutt’altro. La semplicità nel parlare è sempre sinonimo di padronanza di quello che si sta dicendo. Premessa doverosa per illustrare tutte le opere e, in questo caso, per parlare dei quadri di Mauro Falcioni. Credo che un po’ di ordine giovi prima di tutto all’arte in generale e poi, nello specifico, al percorso artistico di questo giovane artista. E veniamo ai quadri. Da subito – oltre un anno fa – quando visitai la sua personale a Loreto rimasi attratto e incuriosito, per una serie di considerazioni che mi vennero in mente. Innanzi tutto la capacità e facilità nel disegnare. Difficile trovare giovani che dedichino tempo nel fondamentale esercizio del disegno e si vede quando un quadro non è supportato da una struttura solida e imprescindibile quale è il disegno e, in assenza, come si nota. Altro elemento che cattura è la sicurezza con la quale Falcioni dà forma ai suoi personaggi. La forma non lo spaventa e posiziona i suoi personaggi con la massima facilità come se le varie posizioni siano per lui le più naturali possibili, dovuto anche questo, alla padronanza del disegno, al dominio dello spazio nel contesto della tela o foglio che sia. Ma l’impatto più immediato si ha con i colori che Falcioni usa. Non usa colori violenti o in contrasto cromatico tra loro, ma tutta la trama del quadro concorre alla sua definizione, senza che il colore prevalga sul disegno o siano in disaccordo tra loro. A dire il vero c’è un colore che il Falcioni predilige, il nero. Questo colore serve al pittore per creare quell’atmosfera necessaria e giusta fondamentale per interpretare i soggetti di Falcioni e contestualizzarli nello spazio e nel tempo o al di fuori dello spazio e del tempo. Chissà! Ecco quindi che solo uno può essere stato il maestro o l’ispiratore del nostro giovane pittore, Magritte. Si respirano e si colgono le stesse atmosfere, le stesse luci, le stesse ombre, lo stesso cielo dove i personaggi si muovono in piena libertà e in assoluta assenza di gravità. In altre parole il surrealismo sta ai quadri di Falcioni come il cubismo sta a Picasso. La chiave di lettura di questi lavori deve lasciare un notevole spazio all’inspiegabile e voler razionalizzare ogni quadro ci sembra pretestuoso. Il rischio reale è che si snaturi il quadro di tutta la sua poetica, in pratica quella che lo caratterizza e che caratterizza la personalità di Falcioni.

Paolo Mario Galassi ~ Critico d’arte

Parliamo d’arte ultima modifica: 2015-09-21T01:00:32+00:00 da Mauro Falcioni
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